omissis

Sulla vicenda del femminicidio di Federica Torzullo e su tutto quello che ne è derivato abbiamo molto da dire.

Non possiamo che partire dalla nostra vicinanza alla Famiglia a cui deve obbligatoriamente andare il nostro primo pensiero.

Questa priorità secondo alcuni imporrebbe “silenzio” – come se il silenzio fosse rispetto o la sola forma di rispetto. Come se le indagini in corso congelassero il tempo di una riflessione sociale.

Noi la pensiamo diversamente, abbiamo però un ruolo che ci impone di esporre le nostre opinioni nelle sedi istituzionali deputate anche perchè farlo fuori non sarebbe per noi corretto e non ci sottrarremo.

É una situazione in cui “dire” è troppo doloroso ma in cui “tacere” è troppo comodo.


A più di un mese dal crimine più efferato della storia del nostro Paese non è stato ancora convocato un consiglio comunale, è qualcosa di suo già  estremamente grave e per noi è una colpa.

Quando sarà convocato non staremo in silenzio.


Leda Catarci e Francesco Falconi.

2 thoughts on “omissis

  1. Si, il silenzio è d’oro.
    Ma la parola è d’argento.
    Le parole servono e qualsiasi cosa è influenzata dalle parole che scegliamo.
    Poi ci sono le parole che uccidono: una responsabilità che non possiamo più ignorare
    Ci sono storie che non dovrebbero mai diventare terreno di scontro, di tifo o di sfogo. Storie che impongono silenzio, misura, rispetto. E invece, troppo spesso, accade l’opposto.
    Due genitori – i genitori di Claudio Carlomagno – si sono tolti la vita. Un gesto estremo, definitivo, che non può essere ridotto a una nota a margine, né liquidato come una tragica fatalità individuale. È una ferita che riguarda tutti. Anche noi.
    Perché accanto alle responsabilità personali, ai drammi privati e alle dinamiche giudiziarie o mediatiche, esiste una responsabilità collettiva che troppo spesso fingiamo di non vedere: quella della comunità, dei social, del clima di accanimento che si crea quando si decide di colpire invece di capire.
    Viviamo in un tempo in cui è facile diventare “leoni da tastiera”. Scrivere un commento violento, insinuare, giudicare, accusare senza conoscere fino in fondo i fatti è diventato quasi un riflesso automatico. Un gesto che sembra privo di conseguenze, ma che conseguenze ne ha eccome. Le parole pesano. Sommate, diventano macigni. E quando colpiscono persone già schiacciate dal dolore, dalla vergogna, dalla pressione, possono diventare insopportabili.
    Qui non si tratta di assolvere o condannare qualcuno sul piano dei fatti. Si tratta di interrogarsi su come scegliamo di stare nello spazio pubblico. Su che tipo di società vogliamo essere quando ci troviamo davanti a storie pesanti, complesse, umanamente devastanti.
    La morte di due genitori non è un’opinione. È una sconfitta. E in quella sconfitta c’è anche il fallimento di una comunità che ha preferito colpire invece di sostenere, urlare invece di ascoltare, semplificare invece di comprendere.
    Esiste poi un livello ulteriore di responsabilità, che non può essere eluso: quello delle istituzioni. Compito primario dello Stato, dei media pubblici, degli apparati di tutela sociale è proteggere la vita umana, sempre, anche quando è fragile, scomoda, impopolare. Soprattutto allora. La tutela della dignità e dell’incolumità delle persone non può essere subordinata al clamore, all’audience, alla pressione dell’opinione pubblica.

    Questo non è un invito al silenzio assoluto, né alla censura. È un invito alla responsabilità. A fermarsi un secondo prima di scrivere, condividere, commentare. A chiedersi: quello che sto per dire serve a capire, o serve solo a colpire? Aiuta qualcuno, o aggiunge solo altro dolore?
    Perché quando le storie diventano tragedie irreversibili, non possiamo più dirci “io non c’entro”.
    Le parole che scegliamo, il clima che alimentiamo, il modo in cui trattiamo chi è già a terra, parlano di chi siamo. Come individui. E come società.

    E forse, davanti a due vite spezzate dal peso insopportabile di tutto questo, l’unica reazione davvero umana è fermarsi. Riflettere. E cambiare.

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